Esco adesso dalla proiezione di The Inmigrant di James Gray, uno dei film più attesi, protagonisti Marion Cottilard e Joaquin Phoenix. Quando tra i titoli di coda è comparso il nome dell’attrice a suo tempo oscarizzata per La vie en rose, è scoppiato in Salle Lumière un applauso enstusiasta, suppongo dei (tanti) francesi presenti. Non ce n’è, Marion ormai è un’icona di Francia, uno dei suoi simboli nel mondo, amata in patria, ma anche in America, dove ha interpretato film come Inception e Il cavaliere oscuro – Il ritorno. Un’attrice così noi purtroppo non ce l’abbiamo, e dovremmo farci qualche domanda sul perché. Intanto la lei, anno dopo anno, consolida il suo status. L’anno scorso sfiorò qui a Cannes il premio per la migliore interpretazione femminile con il bellissimo Un sapore di ruggine e ossa, stavolta è presente due volte. Oltre che in The Immigrant, in concorso per la Palma, la si è vista qualche giorno fa in Blood Ties, un noir di famiglia presentato fuori concorso e diretto dal suo compagno Guillaume Canet. Due red carpet , a rimarcare come sia lei la numero uno del festival (anche se si deve guardare alle spalle, c’è Léa Seydoux in rapidissima e inarrestabile ascesa).
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Tutti si aspettavano grandi cose da Only God Forgives, proiettato martedì in concorso, anche perché che riproponeva la coppia vincente di Drive, Ryan Gosling come protagonista e Nicolas Winding Refn alla regia. Invece alla fine fischi e buuh, e rari applausi. Lentissimo, estenuante, ieratico come una preghiera buddista e un film scandinavo degli anni Cinquanta, Solo Dio perdona si è rivelato una dura prova per i molti giornalisti presenti alla Sale Lumière ormai stremati da decine di film ingurgitati e da una settimana di code, spesso sotto la pioggia battente. Basite, annientate, deluse fin quasi alle lacrime le moltissime estimatrici di Ryan, le fedelissime devote di quello che giustamente vien considerato l’ultimo dei sex symbol hollywoodiani. Promossa a icona in Drive, con quel bomber dorato e i muscoli sempre guizzanti, stavolta Ryan Gosling è ridotto all’ombra di se stesso. Equivoco gestore a Bangkok di un sala di comattimento, lo si vede abbastanza poco, surclassato dal suo antagonista, uno spietato poliziotto thailandese infallibile killer e sadico torturatore. Refn gli fa dire sì e no una ventina di battute in tutto, per il resto Gosling si aggira silenzioso con l’aria abbattuta e tristissima senza combinare granchè, schiacciato com’è da una madre castatrice (Kristin Scott Thomas) che lo considera meno di zero e gli ha sempre preferito l’altro figlio. “Lui sì che aveva le palle”, gli urla dietro la matriarca tanto per aumentargli l’autostima. Chi si aspettava che si esibisse in chissà quali scene di thai-box e in tutta la sua possanza fisica ci è rimasto male. Niente, Ryan non si toglie una volta la T-shirt, men che meno mostra i famosi tattoo. Quando fa a pugni col rivale, ne esce sconfitto con la faccia massacrata. Così per il resto del film Gosling appare, quando il regista decide di farcelo vedere (cioè poco, pochissimo), tutto gonfio e pesto. Mai un sex symbol è stato così scientemente massacrato, distrutto, annientato in un film. Le adoranti del culto Gosling non si sono ancora riprese dallo shock. Quanto a lui, non dev’essere stato contento quando si è rivisto in Solo Dio perdona, tant’è vero che non è venuto a Cannes per la rituale promozione e conferenza stampa. Credo proprio che il sodalizio Gosling-Refn finisca qui.
La vie d’Adèle, La vita di Adele, è forse il più bel film che si sia visto al concorso, tre ore che non ti fanno mai guardare l’orologio, una storia d’amore di una passionalità, di una temperatura emotiva come non se ne vedevano da tempo. Storia d’amore tra due donne, anzi due ragazze, che il regista francese di origine tunisina Abdellatif Kéchiche (quello di Couscous per capirci) mette in scena in modo travolgente. Adèle sta per compiere diciott’anni, sta con il più figo della scuola, ma un giorno vede una ragazza dai capelli blu e il suo cuore, la sua testa esplodono. Non sa nemmeno cosa significhi essere lesbica, anzi sa ancora poco dell’amore e del sesso. Ma quando in un locale gay rintrova Emma, così si chiama la ragazza dai capelli blu, ne è travolta. Ci mettono un po’ a finire a letto, ma quando succederà non lo dimenticheranno loro, e nemmeno noi. Assistiamo a una scena d’amore tra le due che definire scatenata è poco, dodici minuti almeno in cui tutto dell’amore lesbico ci viene mostrato e nulla oscurato. Scena che ha inchiodato alla poltrona tutti i giornalisti prsenti alla proiezioni stampa, e non per sporcaccioneria o voyeurismo. E’ che Kéchiche la trasforma in un elogio del corpo, dei corpi femminili, in una celebrazione che ricorda certa grande pittura del passato, da Rubens agli orientalisti a Courbet. Le scene d’amore tra Adèle e Emma si ripeteranno, ma quella, la prima volta, resterà insuperata. Così i film che hanno fatto esplodere sullo schermo l’erotismo in questo festival di Cannes sono stati gay, prima L’inconnu du lac, poi questo La vita di Adèle. Onore a Léa Seydoux, attrice francese di alto status che ha deciso di mettersi in gioco con il ruolo di Emma, e onore alla sua partner, la giovanissima Adèle Exarchopoulos. Alla fine aplausi che non finivano più. Precisazione: quella che abbiamo visto qui era ancora la copia di lavorazione, non finita, tant’è che mamncavano i titoli di coda. Non vorrei che in fase di sistemazione definitiva certe scene, magari nella versione italiana, venissero drasticamente ridimensionate.
L’anno scorso la signora austriaca in sovrappeso che in Paradiso: amore andava a caccia di prostituti in Kenya fu un bello shock per il festival. Mai al cinema era stato rappresentato con tanta crudezza il turismo sessuale femminile. Quest’anno lo scandalo sessuale arriva invece da un film gay presentato con molta ufficialità nella sezione Un certain regard, visto che sul versante uomo-donna non si è vista nulla di particolarmente lussurioso (sì, qualche scena qua e là, ad esempio nell’olandese Borgman, ma niente di che). Trattasi del francese L’inconnu du lac, Lo sconosciuto del lago, che racconta e mostra faccende omosessuali, senza però tirare in ballo una volta tanto cose seriose come i matrimoni gay, i diritti delle coppie di fatto ecc. ecc. Siamo in una qualche parte della Francia interna, sulla spiaggia di un piccolo lago che è luogo di incontro e di caccia solo per uomini. I quali prendono il sole nudi, si guardano, si guatano, si adocchiano, e quando si piacciono si infrattano nel bosco lì dietro a fare l’amore. Finchè arriva Michel, un super macho che attira l’attenzione del protagonista, un bravo ragazzo di nome Franck un po’ timido e a modo suo romantico. Solo che Michel sta già con un altro, un tipo un po’ appiccicoso che lo monopolizza e gli sta sempre addosso. Finchè, un pomeriggio, Franck dall’alto della collina vede il macho Michel mandare a fondo e affogare in mezzo al lago il partner. Il resto della storia è una specie di A letto con l’assassino in versione gay, un thrillerone in cui lo spettatore si chiede se il mostro-macho, che adesso si porta a letto, anzi nel bosco, il bravo Franck, ucciderà ancora. E se sarà proprio Franck la sua prossima vittima. Il regista Alain Guiraudie non si tira indietro di fronte a scene di sesso esplicito, quelle che una volta si vedevano solo nei film porno e che adesso hanno conquistato anche il cinema da festival (e aspettiamo di vedere tra qualche mese Nymphomania di Lars Von Trier). Oltre ai nudisti on the beach più volte inquadrati dalla macchina da presa, vediamo parecchi blow job (insomma, sesso orale) tra maschi con dettagli ravvicinati, una vigorosa masturbazione con tanto di eiaculazione, svariati accoppiamenti e sodomizzazioni. Va detto che, visto di cosa racconta il film, non è che siano scene così gratuite o fuori luogo. Il rischio è che si parli dello Sconosciuto del lago solo per quello, e non per il fatto di essere un buon film, molto acuto, sul desiderio, omosessuale e non.
22 maggio 2013
Da Cannes 2013: Nel film di Sorrentino le quarantenni (e le cinquantenni) stravincono per bellezza
Capolavoro o no? Discussione roventi a Cannes sul film di Paolo Sorrentino La grande bellezza, presentato ieri in concorso. Se alla prima proiezione per la stampa ha ottenuto un uragano di applausi (ero presente, posso testimoniare), a quella successiva è stato accolto invece con freddezza. Sbalordisce il talento visivo del regista, la sua passione-ossessione per Roma, lascia perplessi l’ambizione evidente di realizzare La dolce vita dei nostri giorni. E se ti confronti con la leggenda Fellini, anche se sei molto bravo, rischi di restare stritolato. Per la recensione rimando al mio blog www.nuovocinemalocatelli. Qui vorrei tentare un elogio (sincero) di alcune attrici che compaiono con ruoli più o meno centrali nel film, attrici la cui bellezza è tale, e così piena, da eclissare quella di ragazze con la metà dei loro anni. Innanzitutto, applausi per Sabrina Ferilli. Questo è il film del suo ritorno al cinema maggiore, e lei non sciupa l’occasione e lascia un segno che non si dimentica. A mio parere il suo è il personaggio più bello, il più complesso, anche il più commovente e straziante. Entra in scena facendo uno striptease, ed è l’occasione per mostrare un corpo-meraviglia che annienta ogni possibile concorrenza. Una faccia scolpita, come iconizzata, di un’intensità, una selvaggia malinconia che rievoca, ebbene sì, Anna Magnani. Quando c’è lei in scena, il film respira, decolla, si fa letteralmente carne. Isabella Ferrari compare in un paio di scene, quale milanese scesa a Roma con tutti i giudizi e pregiudizi del caso. Ha una notte d’amore con il protagonista Toni Servillo, il quale non può non erompere – lui che pure nella vita ha conosciuto le più fascinose donne del mondo – in un “mio Dio, come sei bella”. Vero. Inconfutabile. Isabella Ferrari è molto più bella qui, oggi, adesso di quando era la bionda Selvaggia nei vanziniani Sapore di mare 1 e 2. La terza, ma non ultima, è Galatea Ranzi, che in La grande bellezza è una signora con un passato di impegno politico, quattro figli e undici libri. Ha 53 anni, e quando si butta in piscina non ce n’è più per nessuno e nessuna.
La recensione di La Grande Bellezza su Nuovo Cinema Locatelli a questo link: http://nuovocinemalocatelli.com/2013/05/20/festival-di-cannes-2013-recensione-la-grande-bellezza-di-sorrentino-e-la-dolce-vita-2-0-a-tratti-notevole-a-tratti-insopportabile/
22 maggio 2013
Da Cannes 2013: Valeria Bruni Tedeschi racconta la storia di famiglia. Ma la sorella Carlà dov’è? Sparita
È bello, Un castello in Italia, il film che Valeria Bruni ha portato qui a Cannes, unica regista in concorso. Naturalmente VBT lo ha anche interpretato, essendo la storia molto somigliante e molto ispirata, anche se con qualche differenza e slittamento romanzesco, a quella della sua famiglia. Che nel film si chiama sì Rossi Levi, ma che, proprio come i Bruni Tedeschi, ha lasciato l’Italia negli anni Settanta per approdare a Parigi dopo aver venduto la storica azienda fondata dal nonno. A sottolineare ancora di più le molte coincidenze tra realtà e finzione Valeria Bruni Tedeschi interpreta un personaggio che ha molti suoi tratti (un’attrice inquieta e insoddisfatta), la madre è interpreta dalla vera madre di Valeria e Carla Bruni, Marisa Borini: gran presenza dominatrice, attrice naturale dotatissima, occhi taglienti uguali a quelli di Carlà e un po’ anche a quelli di Alida Valli. C’è un fratello (è Filippo Timi) malato di Aids che riecheggia Virginio, scomparso prematuramente, al quale il film oltretutto è dedicato. C’è il fidanzato giovane della protagonista, Louis Garrel, a lungo fidanzato per davvero di Valeria. C’è un castello di famiglia a Castagneto Piemonte. Il film coglie madre, figli e immediati dintorni in un ieri molto vicino e alle prese con la decisione se vendere o no Castagneto, ormai insostenibile per le spese. Un’occasione per mostrarci dal di dentro una dinastia dall’illustre passato e dal presente complicato. Echi di tante storie che abbiamo, visto, letto, amato. Il giardino dei ciliegi di Cecov, I Buddenbrook di Thomas Mann, certi film di Visconti, anche Io sono l’amore di Luca Guadagnino. A colpire in questo racconto che ha molto di autobiografico, è la mancanza come personaggio della sorella. Intendo, la più famosa e discussa di casa, Carla Bruni, già modella, già première dame di Francia, ora non si sa che cosa. Piallata via. Sparita. O latitante. Come mai? Carlà è così protagonista che avrebbe rischiato, pur se reinventata in un personaggio, di oscurare tutto il resto? Non ha voluto apparire? Non l’ha voluto Valeria Bruni Tedeschi? La quale però nel suo primo film da regista, È più facile per un cammello…, aveva raccontato di due sorelle: una chiaramente era lei, l’altra, interpretata da Chiara Mastroianni, bella e narcisa, provate a indovinare chi fosse.
20 maggio 2013
Da Cannes 2013: Cattive ragazze #2/ Giovani, carine, ladre e fashioniste: The Bling Ring di Sofia Coppola
A sentirla raccontare quasi non ci si crede. Eppure la storia di The Bling Ring, il nuovo film di Sofia Coppola presentato qui a Un Certain Regard, si ispira a fatti realmente accaduti neanche troppo tempo fa – era il 2009 – a Los Angeles. Quattro ragazzine in età da high school e un loro amichetto compagno di classe per mesi hanno fatto scorrerie e razzie nelle ville dei belli e ricchissimi di Bel Air e Beverly Hills portandosi via paccate di soldi, ma soprattutto vestiti, gioielli, borse, scarpe, occhiali, orologi e tutto quanto avesse addosso una firma conosciuta. Perché l’obiettivo delle quattro + uno della banda bling-bling era quello di essere, diventare, vestire, vivere come i loro idoli massimi, Paris Hilton e Lindsay Lohan, le ragazze famose per essere famose. The Bling Ring è la cronaca minuziosa, ma mai noiosa, delle malefatte e scorribande del gruppetto selvaggio. Eccitazione al limite dell’estasi quando riescono a penetrare proprio nella villa di Paris e si ritrovano in una stanza interamente dedicata alle scarpe, un trionfo di Louboutin, Jimmy Choo e Manolo. “Ma ce ne sono anche firmate da lei!”, urla eccitata una delle ladre fashioniste. Le razzie frutteranno montagne di Chanel (in cima alla lista dei desideri), Prada, Miu Miu, Lanvin, Alexander McQueen e molto, molto altro. Il tutto per qualche milione di dollari. Verranno scoperte e (blandamente) punite, le sciagurate con il loro valletto-complice, contente però di aver raggiunto la celebrità, e non solo per un warholiano quarto d’ora. Coincidenze: proprio mentre era in programma la proiezione di The Bling Ring, a Cannes è stato fatto un colpo colossale e gioielli Chopard per un milione di euro se ne sono volati via. È la vita che imita l’arte o l’arte che imita la vita?
20 maggio 2013
Da Cannes 2013: Cattive ragazze #1/ Isabella, la prostituta diciassettenne del film di Ozon
Non si capisce perché lo faccia, ma lo fa. Isabelle ha diciassette anni, una famiglia normale, frequenta una buona scuola, non ha bisogno di soldi, non ha nemmeno il vizietto delle scarpe o delle borse troppo costose, tantomeno quello della droga. Eppure, di ritorno a Parigi dopo l’estate in cui ha perso la verginità con un garbato bel ragazzo tedesco che lei non ama, comincia a prostituirsi attraverso un sito internet. Clienti tutti con molti più anni di lei, non necessariamente laidi o schifosi, anzi il primo è un signore colto ed elegante, che qualcosa le insegnerà sul mondo, il sesso, l’amore. Certo, Isabelle avrà a che fare anche con un rampante giovinastro che la umilierà e altri signori non proprio fini. Finchè succederà un fattaccio, e la sua vita segreta verrà alla luce e sarà scandalo in famiglia. In Jeune & Jolie, Giovane e carina, presentato in concorso al festival, il regista francese François Ozon – quello per intenderci del recente e bellissimo Nella casa - continua nell’esplorazione del mondo borghese parigino, delle sue pieghe nascoste, dei suoi lati meno illuminati. A rendere il suo film così interessante è che non racconta di prostituzione come frutto di malesseri sociali e psicologici, di emarginazioni, e nemmeno della furiosa voglia di possedere costosi oggetti del desiderio. No. Isabelle – nome in codice Léa – si prostituisce e basta, forse per noia, forse per torpore morale, come una Belle de jour mezzo secolo dopo. È questo il vero shock procurato da Jeune & Jolie. Indimenticabile l’incontro con la moglie del primo cliente, una Charlotte Rampling al solito e più del solito icona di ambiguità e penombre. Marina Vatch è di una bellezza che abbaglia, una Laetitia Casta adolescente e più sexy. L’ho vista sulla Croisette con occhiali scuri, sigaretta e l’aria altera: la ragazza ha la sostanza delle star. Ne risentiremo parlare.
La recensione del film sul blog www.nuovocinemalocatelli.com
Finalmente ieri, mercoledì 15, si è ufficialmente aperto il festival di Cannes numero 66. A officiare la cerimonia d’apertura Audrey ‘Amélie’ Tautou, brava e di allure molto francese, anche se non proprio una campionessa di simpatia. Film inaugurale il molto atteso Grande Gatsby, proiettato alle 20,30. E già nel primo pomeriggio c’erano a bordo red carpet folle di ragazzine e mamme in attesa adorante del protagonista Leo Di Caprio, molte con sedie e cuscini, qualcuna addirittura dotata di scala a libro per avere un punto di osservazione migliore. Quando al tramonto si è palesato in tutto il suo metro e novanta la folla ha ondeggiato, i flash hanno mitragliato, finché i gradini ricoperti di rosso che portano alla Salle Lumière non lo hanno inghiottito. Continua
Ammetto: non ho visto neppure un minuto della prima serata sanremese. Oggi leggo che ben 14 milioni di italiani NON hanno seguito il mio esempio. Va bene, c’è posto per tutti, canali per tutti i gusti, libertà di telecomando. Poi vedo post a pioggia sui social network, in diretta, pre-post, insomma chiunque abbia seguito sanremo, poi l’ha commentato… la domanda che mi punge – aiutatemi a soddisfarla - è: più una trasmissione è lunghissima, conformista ma con strizzatina d’occhio, popolare ma con “contenuti”, e più raccatta consensi? mah…
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