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Luigi Locatelli scrive di cinema (e altro) sul suo blog. Ecco i suoi post direttamente dal Festival di Cannes 2012

Ieri pomeriggio il film Paradise: Love dell’austriaco Ulrich Seidl ha colpito allo stomaco anche quelli che si credevano immunizzati a ogni possibile shock. Si parla di turismo sessuale femminile, e già questo pesa. Perdipiù, descrivendo della assai matura e molto in sovrappeso Theresa che in vacanza in Kenya assolda gigolò locali, Paradiso: Amore non ci risparmia nulla.

Non pensate a un film programmato per provocare. No, è un film di altissimo stile e sicura autorialità, forse il migliore visto finora a Cannes, ma è proprio il suo assoluto rigore a renderlo ancora più vero, lancinante, disturbante, implacabile. I ragazzi della spiaggia approcciano le Sugar Mamas – così chiamano le loro prede venute dall’Europa, soprattutto dall’area tedesca – fingendo un vero e proprio corteggiamento, si dichiarano entusiasti dei non più giovani e anche cadenti corpi delle bionde Frauen, pronunciano impuniti la parola amore.

Le signore sanno che si tratta di una recita, ma adorano farsi ingannare, ne hanno bisogno, perché non sopporterebbero un brutale mercanteggiamento. Ma poi arriva il momento in cui il velo si squarcia e l’adorato stallone kenyota batte cassa, e allora bisogna mettere mano al portafogli. Un’analisi così spietata non la si era vista nemmeno in un altro pur notevole film sul turismo sessuale femminile di qulche anno fa, Verso Sud, di Laurent Cantet  con Charlotte Rampling.

L’occhio inesorabile del regista Seidl ci mostra plurimi accoppiamenti tra i levigati giovani black e le Mamas dalle carni sfatte, ogni anfratto di ogni corpo viene scrutato dalla macchina da presa, gli attributi degli amanti africani sono ripresi frontalmente e in piena luce, che al confronto la famosa scena di Michael Fassbender nudo in Shame è roba da collegio delle giovani fanciulle.

In più una sequenza quasi orgiastica con quattro matrone alle prese con uno spogliarellista kenyota poco più che adolescente che è quanto di più tosto si sia visto da parecchio tempo in qua.

Luigi Locatelli, giornalista, ora freelance. Scrive di cinema (e altro) sul suo blog. Adora Godard e i film made in Hong Kong. Ecco i suoi post direttamente dal Festival di Cannes 2012

Giornata dell’orgoglio francese, oggi a Cannes. È sceso in campo stamattina il film di casa su cui quest’anno si punta di più per i premi, Di ruggine e d’osso, titolo complicato e anche astruso di Jacques Audiard, il gran regista che tre anni fa con Il profeta sfiorò ma non ottenne la Palma d’oro.

Adesso lo si dà tra i favoriti, anche perché ha avuto l’accortezza si scegliere come protagonista la massima star francese in circolazione, quella Marion Cotillard che, dopo aver vinto l’Oscar con La vie en rose, non si è più fermata e ha messo a segno un colpo via l’altro (Inception e Midnight in Paris, per dirne solo due). Oltretutto bella, di bellezza non ovvia, con quella che una volta si diceva una faccia intensa. Anche brava, come no?

Di questa seconda giornata di festival è lei la diva, non ci sono discussioni, e nemmeno rivali. Si è presentata alla conferenza stampa davanti al solito impressionanti muro di teleobiettivi in abito rosa cipria, assai seducente ma per niente vamp. Ha ringraziato Audiard per la parte “vibrante” che le ha confezionato addosso, e vibrante è proprio la parola giusta per definire Di ruggine e d’odio, e la sua interpretazione. Vedendola rispondere alle domande dei giornalisti senza la minima arroganza – merce abbondante da queste parti – hai l’impressione che non si sia ancora abituata a essere la première dame del cinema francese.

Il film è un mélo trattenuto, a bassa ma costante intensità, splendidamente girato da Audiard secondo lo stile del suo cinema corporale che sta addosso ai gesti, ai visi, alla carne dei personaggi e non li molla mai. Marion Cotillard è Stéphanie, una che si guadagna da vivere facendo lo strano mestiere di addestratrice di orche (tra gli animali marini più pericolosi) in un aquapark, le fa danzare, le accarezza, le guida.

Ma un giorno succede qualcosa di brutto con un’orca impazzita, e Louise ci rimette le gambe. Sarà dura. Riemergerà, anche grazie alla storia con Ali, tizio di buon cuore ma con la tendenza a ficcarsi sempre nei casini. Due tagliati-fuori, anche se per diversi motivi. Marion/Stéphanie esibisce i suoie moncherini prima con imbarazzo poi quasi con orgoglio, se li fa tatuare, e durante l’amore Ali li stringe e accarezza voluttuosamente. Quando si mette la protesi, aggiunge civettuola i tacchi. Cotillard fa la sua solita faccia intensa e dolente, e colpisce ancora.

Applausone in sala, presumo soprattutto francesi.

 

Luigi Locatelli, giornalista, ora freelance. Scrive di cinema (e altro) sul suo blog. Adora Godard e i film made in Hong Kong. Ecco i suoi post direttamente dal Festival di Cannes 2012

Finita adesso la proiezione di Moonrise Kingdom, il film di apertura di questo Cannes 65. Wes Anderson non delude: questo è i Tenenbaum, ma presi da piccoli.

Famiglie sghembe e moderatamente infelici. Un boy-scout fugge dal campo Ivanhoe per cercare la sua felicità nella natura insieme alla ragazzina che gli vuol bene. Due diversi di talento e malcompresi, due creature fuori rango alla Anderson.

Andamento da favola, ma la crudeltà del mondo dei grandi non fa sconti. Fortemente stylish, con tutti i colori feticcio del regista, il giallo, l’orange, il rosso, il pink, il fucsia. Tripudio pop (siamo nei Sessanta del resto). La canzone guida è di Francoise Hardy. Un po’ troppo ruffiano, irresistibilmente simpatico, ma che male c’è? Delusi i critici che non sorridono mai e chi si aspettava l’arcigno capolavoro autoriale. Adesso conferenza stampa con il regista, Bruce Willis, Bill Murray, Tilda Swinton (la strega del film).

Luigi Locatelli, giornalista, ora freelance. Scrive di cinema (e altro) sul suo blog. Adora Godard e i film made in Hong Kong. Ecco i suoi post direttamente dal Festival di Cannes 2012

Non c’è festival più divistico e amante delle star di questo. Qui il red carpet, anzi la montéé de marche, è un’istituizione, lo star watching una religione, la folla fa la ressa fin dal mattino intorno al tappeto per conquistarsi le posizioni migliore: si blocca il traffico e per entrare al Palais bisogna fare tortuosi giri. Cose impensabili a Venezia, per non parlare di Berlino.

Stasera apertura ufficiale, il tappeto rosso entra finalmente in azione. Lo salirà Bérénice Bejo, presentatrice della cerimonia, attrice miracolata proprio a Cannes l’anno scorso con The Artist. Ma l’assembramento massimo è previsto per martedì prossimo con Brad Pitt, anzi Brad e basta, che verrà a presentare il suo noir Killing them softlly e ci si chiede se l’occhiuta Angelina lo lascerà venire solo o lo accompagnerà per tenerlo sotto controllo. Potrebbe attirare più folle di lui, contando su legioni di ragazzine scatenate e pronte a tutto, il pallido prence di Twilight Robert Pattinson, da queste parti con Cosmopolis, film di un maestro vero come David Cronenberg e la domanda è: avrà imparato a recitare? Se per lui ci saranno i cordoni della polizia lo stesso potrebbe accadere per la sua fidanzata, nella saga vampira e nella vita, Kristen Stewart, anche lei incredibilmente in concorso con Sulla strada (sì, tratto proprio da Kerouac, gli sbuffi di noia tra i giornalisti hanno già raggiunto il livello di guardia). Ma a rubare la scena a tutti potrebbe essere Sean Penn, habitué del festival e stavolta senza film dentro o fuori concorso, presente però per quello che sarà il grande evento charity, la serata pro Haiti presentata da Giorgio Armani che avrà come host lui, il due volte Oscar, ormai sempre più monumento-totem della dedizione hollywoodiana alle buone cause. E si sa, non c’è niente di meglio della bonta e dell’altruismo per far salire l’indice di popolarità.

L’outsider sarà Matthew McConaughey, bello, troppo bello, così beefcake da sembrare anche un po’ stupido. Invece da un po’ ha deciso di impegnarsi e fare l’attore vero. A Venezia lo si è visto, bravissimo, in Killer Joe, qui ci sono addirittura due suoi film in concorso di cui si dice un gran bene, Mud e The Paperboy. Brad attento, Matt potrebbe fare il salto di qualità stavolta. Sul fronte femminile non c’è gara, Nicole Kidman quest’anno batte tutte. Dopo anni di film opachi sbarca sulla Croisette con The paperback, dove fa la sexy-svampita del Sud e con Hemingway & Gellhorn (fuori concorso), biopic sul tormentato matrimonio tra lo scrittor nobelizzato e Martha Gellhorn, la corrispondente di guerra che lo amò e gli diede del gran filo da torcere.

In concorso con due film anche Isabelle Huppert, ma lei appartiene a un’altra categoria, quella delle muse (e musone) del cinema d’arte. Stando alle francesi, oggi l’attrice numero uno e anche la più popolare fuori dai patrii confini è di sicuro Marion Cotillard, che sarà qui domani per la prima di De rouille et d’os. Qualcuno invece si accorgerà di Reese Witherspoon, non proprio il massimo della simpatia e reduce da un flop come Una spia non basta? Probabile che la si vedrà da queste parti per la prima di Mud (c’è anche lei con McConaughey), ma l’entusiasmo resta improbabile.

Invece gli chic e gli snob, che sono tanti, vanno a caccia di divi intellò, meno smaccatamente di massa, ciconfusi di una qualche aura di nobile impegno. Il filosofo-regista-divino mondano Bernard Henri-Lévy per esempio, che sarà qui a presentare come evento speciale Le sarment de Tobrouk, film sulla “sua” guerra di Libia (se Sarkozy è intervenuto pesantemente da quelle parti è stato anche perché BHL gliel’ha chiesto).

Già adorata dai più fini la coppia protagonista di Confessioni di un figlio del secolo, presentato però nella sezione un Certain Regard. Lui è quel pazzo di Pete Doherty che ne fece vedere di ogni alla povera Kate Moss al tempo del loro turbolento amore, lei è la diva di tutte le dive intellettuali, Charlotte Gainsbourg. Altro che Kidman, sussurrano i critici più aristocratici.


 

 

Ho 50 anni ben portati, almeno così dicono. Frutto anche della manutenzione: vado due volte alla settimana dal parrucchiere, faccio Pilates, investo (parecchio) in abiti e scarpe. Però è la terza volta che in metropolitana mi cedono il posto. E ogni volta ci rimango male. Uffa, ma è normale? @letizia

Ogni seduta è persa, quindi non esiterei ad accettare, riposando i piedi arrampicati sui tacchi e mollando per un po’ la borsa pesantissima. Però, prima chiariamo bene una cosa: assodato che sei una 50enne stratosferica, forse c’è un retropensiero che ti batte in testa. Malgrado le fatiche da palestra, lo shopping e il parrucchiere, nel cervello ti ronza un mantra maligno: «Non sono poi così stratosferica, il tacco dieci non toglie dieci anni». D’accordo. Respira. Rilassati. E pensa che tra un paio di fermate chi ha fatto il bel gesto di cederti il posto in metrò sparirà dalla tua vita per sempre. Quindi che ti importa se l’ha fatto perché gli sei sembrata non-più-giovane o per semplice gentilezza? Mi immagino una situazione analoga, trasferita nel secolo scorso: una lady si sarebbe indignata se nessuno le avesse ceduto il posto in tram. Bene. Secondo me è ora di tornare a farlo. Galanteria, cavalleria. Ecco. Noi siamo a favore. Sempre e comunque.

Risponde alle vostre domande Silvia Bergero, autrice di Galline (Rizzoli). Le piacciono le parole, dette e scritte. Milano è la sua città, ma adora il mare. E pure Philip Roth e CSI.

Detesto il formaggio, in tutte le sue forme e varianti. Chiunque mi conosce lo sa, ma una delle mie migliori amiche si ostina a far finta di niente e quando mi invita a cena riesce a infi lare gli odiosi latticini in almeno una portata. Se glielo ricordo, minimizza o nega. La cosa mi fa impazzire. Ma perché lo fa, e soprattutto io che posso fare? Liù

Sfondi una porta aperta. Anch’io odio il formaggio e anch’io detesto che i miei gusti, legittimi, vengano presi per capricci. Se tu fossi allergica, la tua amica si comporterebbe diversamente: chi mai vorrebbe essere responsabile di una crisi d’asma? Ma, visto che dirle di evitare di seppellire la pasta con il parmigiano non è servito, aff rontala. Diglielo così, come lo hai scritto a me: scusa ci sei o ci fai? Sennò invitala in un ristorante dal menù valdostano. Così le dimostri che TU rispetti i suoi gusti. E lei si ordinerà una fonduta.

Risponde alle vostre domande Silvia Bergero, autrice di Galline (Rizzoli). Le piacciono le parole, dette e scritte. Milano è la sua città, ma adora il mare. E pure Philip Roth e CSI.

Mia suocera regala a mio figlio, che ha 2 anni, solo giocattoli di plastica cinesi. Le ho spiegato che possono essere tossici, ma niente. Io, poi, preferirei giochi di legno, anche più ecologici. Rifiuto i regali e sfioro l’incidente diplomatico, o mi riempio la casa di orrori? Mammapprensiva

Ci mancavano solo i giocattoli tossici per innescare un nuovo conflitto familiare (e dei peggiori: marito-moglie-madre del marito). Vedo un’insegna lampeggiante: «Allarme, allarme!». Attenzione, però: c’è una linea di demarcazione netta tra doveri dei genitori e compiti dei nonni. L’educazione, con tutti gli annessi, spetta ai primi. Compreso il rifiuto di giocattoli potenzialmente pericolosi, a prescindere da chi provengano, fosse pure la Regina Madre.

Porta nonna e pupo in un negozio che ti aggrada; falle notare le montagne di giocattoli che riempiono la cameretta (e ti costringono a passare interi quarti d’ora a riordinarla), suggerisci libri e dischi di favole. E se ancora lei NON capisce, respingi i doni, senza fare la petulante su quanto-sono-piùeducativi-i-miei. Si offenderà?

E poi le passerà, tranquilla, per amore del nipotino. Toglimi, però, un fastidioso ronzio, cara mammapprensiva: non è che la nonna sostituisce te, il padre, la baby sitter e magari anche l’asilo nido a tempo pieno? Occhio.

Risponde alle vostre domande Silvia Bergero, autrice di Galline (Rizzoli). Le piacciono le parole, dette e scritte. Milano è la sua città, ma adora il mare. E pure Philip Roth e CSI.

Per sei anni la modella tedesca Heidi Klum e il marito cantante Seal sono stati l’esempio della coppia troppo bella per essere vera: quella che bisogna odiare, per quanto fa sentire la nostra vita sentimentale inadeguata a certi standard di perfezione. Attraenti (più lei di lui, vabbè), super innamorati, mondani ma a prova di pettegolezzo, Heidi e Seal sembravano aver trovato la ricetta della felicità. Soprattutto, non esitavano a raccontarla ai giornali, in ogni occasione possibile.

Poi l’annuncio shock: si separano. Loro? Quelli che sembravano legati per l’eternità. A due mesi dall’annuncio ancora non so come reagire: se sentirmi presa in giro per aver creduto che esistesse veramente l’amore perfetto o se essere furiosa.

Perché diciamolo: di tutto il mondo ha bisogno, tranne che di un’altra bionda single.

Ho un collega – maschio e parigrado – che si sta “lavorando” alla grande i capi per ottenere un posto di responsabilità rimasto vacante. Io sono lì da più tempo, e sono più brava. In passato ho lasciato perdere, ma stavolta no: scendo sul piede di guerra? E poi, con lui o con i capi? Marta, frustrata

Allora: 1) a memoria di uomo e di donna, scendere sul piede di guerra con i capi non ha mai prodotto buoni frutti, anzi; 2) “lavorarseli” – da parte di uomini e donne – talvolta sì; 3) sai anche tu che
essere più bravi non è sempre un passaporto per la promozione (in Italia può perfino essere un handicap, ma questa è un’altra storia).

Che ti vengano fantasie aggressive si può anche capire, ma sgonfiare le gomme al collega furbetto di turno, o entrargli nel computer e lasciare minacciosi “pizzini” elettronici, non serve. Fai l’adulta: vai dai boss e di’ che ti senti pronta per ricoprire quell’incarico, in modo formale, non davanti alla macchinetta del caffè. Luogo deputato, invece, per chiarire al collega che sei in corsa per quel posto e fargli capire che tutti hanno notato le sue manovre.

Magari è un mostro che se ne frega e tira dritto. Magari è solo un traffichino e non gli va di essere sgamato. Candidarsi per un avanzamento di carriera è sano e auguriamoci che vinca il migliore.
Abbasso i furbetti.

Risponde alle vostre domande Silvia Bergero, autrice di Galline (Rizzoli). Le piacciono le parole, dette e scritte. Milano è la sua città, ma adora il mare. E pure Philip Roth e CSI.

Si chiama upgrade sentimentale: un’attrice determinata ad avere successo cambia fidanzato a seconda della popolarità raggiunta. Prendete Blake Lively, ultima di una serie di spregiudicate bionde in carriera.

Quando, cinque anni fa, inizia “Gossip Girl”, lei fa coppia, sul set e fuori, con il collega Penn Badgley.

Quattro anni dopo, Gossip Girl è un successo clamoroso e Blake un’icona fashion: molla Penn e organizza un flirt estivo super documentato con nientepopodimenoche Leonardo DiCaprio.

Finita con Leo, eccola fidanzata con Ryan Reynolds. Pochi mesi che a lui sono bastati per farsi paparazzare più di quando era sposato con Scarlett Johansson. Pare che a chiamare i fotografi ci pensi proprio Blake. D’altronde, a che serve uscire con uno degli scapoli più appetibili di Hollywood se poi non lo fai vedere in giro?

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